L’Antiquarium del Celio: ottanta anni di oblio

Il primo progetto per un Museo Nazionale Archeologico fu proposto dalla Commissione Archeologica, allora presieduta da Rodolfo Lanciani, in previsione del primo piano regolatore di Roma capitale, ossia quello di Alessandro Viviani del 1883, che avrebbe comportato vistosi ritrovamenti. Tra i suoi punti di forza l’apertura di nuovi assi viari, quali Corso Vittorio Emanuele, Corso Rinascimento, via Nazionale, via Cavour, via Venti Settembre, solo per citarne alcuni, che avrebbero reso più facile la nuova realtà romana. Il luogo prescelto fu il colle Celio, precisamente il suo sperone est affacciantesi sull’Anfiteatro Flavio tra via Claudia e via Celimontana, sede del vecchio Orto Botanico con la Casina del Salvi. Il progetto fu affidato a Costantino Scneider. Un progetto in collaborazione tra Comune e Stato che avrebbe permesso la raccolta dei pezzi non solo provenienti dai contesti urbani, ma anche dell’area laziale con la possibilità di studio degli stessi reperti da parte di studenti, professionisti del settore e, ovviamente, l’apertura ai cittadini interessati. Questo clima di collaborazione ben si sposava con l’Unità Nazionale da poco costituita. Eppure il progetto naufragò quasi immediatamente, costringendo l’allora sindaco di Roma, Augusto Armellini, a ripiegare sulla parte già ultimata che venne inaugurata nel 1894 e ribattezzata Magazzino Archeologico, nome modesto, per un modesto percorso articolato in sei sale.

In realtà ciò che venne fuori fu altamente innovativo e di apertura per gli attuali allestimenti museali: i pezzi furono sistemati secondo criteri topografici e cronologici e con un’innovativa attenzione all’unitarietà dei contesti, mirando a fornire un quadro comprensivo di specifiche tematiche o dell’immagine di una determinata civiltà nei vari aspetti che la caratterizzavano attraverso le corrispettive testimonianze materiali coerentemente esposte. Il Magazzino archeologico sarebbe diventato uno strumento di sussidio allo studio, così, ad aprire le danze, nella prima sala, i materiali utilizzati nell’edilizia antica e i supporti decorativi, seguiti nella seconda e nella terza, dagli arredi funebri delle innumerevoli necropoli rinvenute, tra tutte spiccava quella Esquilina per l’incredibile repertorio picto; la quarta e la quinta erano dedicate alle “scolture figurate marmoree”, a chiudere le fistule plumbee inscritte, ossia i tubi plumbei dell’acqua.

Nel 1906, a seguito del continuo incremento dei pezzi, fu aperta un settima sala. Un ulteriore ampliamento fu chiesto nel 1909 ma senza successo. Nel 1925 il Comune di Roma divenne proprietario di Palazzo Caffarelli che diventò, la nuova sezione espositiva dei Musei Capitolini, qui vennero trasferite le sculture più pregevoli esposte sul Celio che, secondo l’allora direttore Settimio Bocconi, si trovava troppo fuori mano, in un luogo ignorato dalla maggior parte dei cittadini. Nel 1929 il nuovo assetto del museo voluto da Antonio Munoz focalizzato sulle arti minori: vetri, bronzi, terrecotte, ossi e avori. Il nuovo allestimento disattendeva completamento il vecchio. In quell’occasione vennero aggiunti nuovi padiglioni e realizzato un edificio per le esercitazioni dell’Opera Nazionale Balilla, venne anche creata l’edicola che si scorge da via di San Gregorio posta al di sopra della Fontana dei Trionfi, di fronte al portale del Vignola, oggi accesso al Palatino. Il Magazzino Archeologico del Celio fu testimone dell’epocale cambiamento rappresentato dall’apertura della via dei Trionfi e di via di San Gregorio nel 1932. Il 4 dicembre del 1939, il procedere dei lavori per l’escavazione della galleria della metropolitana che avrebbe collegato Termini con l’E(sposizione) U(niversale) R(oma), fece cedere il terreno su cui poggiava la struttura, esito già annunciato dalle crepe nel terreno e dal distaccamento di terra dei mesi precedenti. L’edificio si scollò in più punti e vistose furono le crepe che si aprirono sui muri. Negli anni a seguire divenne un deposito dei materiali più ingombranti che gli sventramenti romani producevano e che vennero “parcheggiati” nel giardino.

Un recupero delle strutture integre e la demolizione delle irrecuperabili fu ipotizzato tra il 1941-43, ma fu disatteso. Ricostruzione ex novo fu proposta da Mario Paniconi e Giulio Pediconi (gli architetti dei Palazzi, quasi gemelli, INA e INPS all’Eur), tra il 1959 e il 1963. Giuseppe de Boni e Ugo Colombari presentarono un interessante progetto nel 1997, naufragato anch’esso. Nel 2000, i fondi del Giubileo, fecero recuperare la Casina del Salvi e comportarono una breve apertura con una mostra storica a cui seguì una nuova chiusura sempre per problemi di stabilità. Si segnala, da ultimo, la volontà di collegare con un sottopasso le due aree del Palatino e del Celio ristabilendone la continuità. L’indecisione comunale e la trasandatezza di alcune procedure rischino di far crollare il complesso, ormai terra di senza tetto che scavalcano l’inutile cancellata. L’edificio, sottoposto a vincolo, potrebbe un domani vedersi privato di tale protezione-condanna, il che faciliterebbe la demolizione di un immobile ricco di storia e di materiali inediti, magari per un nuovo albergo-resort-ristorante di cui sembra che la città eterna ormai non possa fare più a meno. Il degrado avanza e questa città non ha bisogno di progetti da favola dalla realizzazione biblica, vedi Metro C piazza Venezia, affidati a General Contractor in ritardo di decenni su cantieri già aperti e colpevoli di costi decuplicati, basterebbe un minimo di serietà e coerenza, e magari anche un esamino di coscienza, vergognandosi della propria cialtroneria.

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