Nuove scoperte all’ombra del Cuppppolone….
Risale a qualche settimana fa la notizia di un ritrovamento sensazionale a pochi passi dalla basilica di San Pietro e, precisamente, nel cortile del 500’sco Palazzo dei Penitenzieri, oggi sede dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Poteva Hedera Picta ignorare tale ritrovamento tanto più che la sottoscritta ha avuto l’onore di visitare lo scavo e il magazzino con i fantastici reperti recuperati? Certo che no, eccomi, quindi, a raccontarvi quanto visto e ora ufficialmente noto a tutti.
🤓Lo scavo fu aperto nel 2020 quando, i proprietari dell’immobile, prima della pandemia la struttura ospitava l’Hotel Columbus, decisero di scavare il giardino per realizzarvi un parcheggio sotterraneo multipiano atto a sopperire alla mancanza di posti auto in zona e nell’ottica di una nuova destinazione ad uso alberghiero di parte dello storico immobile. Durante i lavori di sorveglianza archeologica, obbligatori, come già più volte detto, per tutte le attività che prevedono mobilitazione di terra, iniziarono ad emergere strutture di un certo rilievo che trasformarono subito il lavoro di sorveglianza in corso d’opera in un vero scavo archeologico, reso possibile dalla collaborazione dei proprietari decisi a riportare in luce quanto era rimasto sotto terra fino a quel momento. Il cantiere è stato seguito dalla Soprintendente dott.ssa Daniela Porro e dal funzionario archeologo il dott. Alessio de Cristofaro, le operazioni di scavo sono state condotte sul campo dalla dott.ssa Marzia di Mento. I risultati sono stati sorprendenti.

A cinque metri di profondità hanno cominciato ad emergere una serie di ambienti con pareti dipinte e decorate con opus sectile (lastre marmoree), colonne adagiate sul terreno, e soprattutto una struttura semicircolare parzialmente conservata (nella foto è ben in evidenza) con i segni delle colonne che ne sorreggevano la fronte o l’apertura verso un cortile aperto forse circondato da un portico inserita, sembrerebbe dalla foto, in un edificio a lati rettilinei che potrebbe ricondursi ad un theatrum tectum, ossia ad un edificio per spettacoli musicali. Si tratterebbe del teatro di Nerone, citato dalle fonti e mai ritrovato, sino ad oggi. La struttura ad emiciclo presenta ingressi radiali e scale e pareti, e può quindi essere identificata con la cavea del teatro, dove si trovavano le gradinate per il pubblico. La Scaenae frons, la parte relativa al palcoscenico e “al dietro le quinte” era orientata verso ovest. L’apparato decorativo era d’ordine ionico e dai resti si deduce che era rivestito di marmi bianchi e colorati e di stucchi ricoperti da foglie d’oro con pietre incastonate, come nella Domus Aurea, la casa dorata di Nerone. Il secondo edificio, invece, perpendicolare al primo, era adibito a funzioni di servizio e ospitava forse le scenografie e i costumi. L’edificio, fatto realizzare da Nerone per le sue esibizioni semi private doveva trovarsi in prossimità del circo, ubicato sotto la metà sinistra di piazza San Pietro, all’interno della proprietà della madre Agrippina Maggiore che iniziava ai piedi del colle Gianicolo, dove oggi si trova il parcheggio dei bus turistici capolavoro del Giubileo del 2000, e arrivava oltre piazza Risorgimento fino a viale delle Milizie.
Il teatro è menzionato esplicitamente solo da Plinio il Vecchio e implicitamente da Svetonio e Tacito. Secondo Plinio, era usato da Nerone per le prove delle esibizioni canore da lui tenute nel teatro di Pompeo, ed era abbastanza grande da soddisfare la sua vanità quando era pieno di gente. Svetonio riferiva che durante i Neronia, manifestazioni organizzate e curate dallo stesso imperatore, promise di esibirsi in hortis (“nei giardini”), un riferimento indiretto al suo teatro. Secondo Tacito il luogo da cui Nerone ammirò il “grande incendio” del 64 d.C. non si riferiva alla torre di Mecenate sull’Esquilino, ma bensì alla scena del suo teatro, lontano dalle zone colpite dal disastro trovandosi sulla riva destra del fiume (più volte ho ribadito l’infondatezza di tale tradizione visto l’impegno profuso dallo stesso Nerone si nello spegnimento che nella ricostruzione della sua città devastata dalle fiamme).

All’inizio del II secolo d.C., l’edificio fu smantellato per recuperarne i materiali, come testimoniano le cinque colonne di marmo trovate in situ. Il teatro viene citato un’ultima volta alla metà del XII secolo nei Mirabilia Urbis Romae, una guida per pellegrini della città, dove si dice che si trovava vicino al Castellum Crescentii, nome con cui era indicato il vicino Castel S. Angelo, ex Mausoleo di Adriano. In prossimità del tetro sorgerà l Schola Saxonum, una struttura ricettiva per i pellegrini provenienti dl Nord Europ e diretti San Pietro per poi essere nascosto da Palazzo della Rovere, progetto di Baccio Pontelli del secondo ‘400 romano.

Lo scavo ha restituito manufatti che vanno dal tardo periodo repubblicano al XV secolo: in particolare calici vitrei finemente lavorati (in foto) di cui finora erano noti solo 5 esemplari a cui si aggiungono i sette qui rinvenuti, capitelli in alabastro fiorito, colonne di marmo africano e di marmo bianco insulare, gemme che erano incastonate negli stucchi che ne decoravano gli ambienti e gli ambulacra, lo sfarzo, la luxuria in età giuli claudia raggiunse livelli altissimi; in particolare, nel Medioevo l’area del teatro divenne sede di attività artigianali e legate all’arrivo dei pellegrini, come testimoniano i ritrovamenti di stampi per rosari, oggetti in osso lavorati per creare strumenti musicali e cerniere per mobili, brocche, calici in vetro usati come arredi liturgici e materiale ceramico, e due insegne di pellegrini (le quali mostrano il Volto Santo di Lucca e Notre-Dame de Rocamadour). Sono stati rinvenuti anche diversi tracciati stradali che collegavano il sito al Portus Maior, l’approdo sul Tevere a valle di Ponte S. Angelo.

L’obiettivo è una valorizzazione in situ e fruizione dello stesso oltre alla creazione di un museo con i ritrovamenti più significativi e un ricostruzione delle diverse fasi cronologiche. La scoperta, di eccezionale rilevanza, ha il pregio di contribuire alla ricostruzione di un altro tassello della storia monumentale, archeologica e urbanistica della città di Roma.
