Una deliziosa fontanella nel cuore di Roma
Quante volte vi sarà capitato di passeggiare per le strade della vostra meravigliosa città e di non notare ciò che quotidianamente si trova sotto i vostri occhi, ecco il perché di questa rubrica: uno spunto di riflessione per essere più attenti verso tutto ciò che di bello ci regala questa città.
Oggi ci spostiamo a Largo di Torre Argentina, precisamente a via di San Nicola de’Cesarini, strada pedonale che attraversa l’isolato delimitato da via del Teatro Argentina, via Florida, Corso Vittorio Emanuele II e che si conclude proprio con la sopracitata via, che ricorda nel nome una scomparsa chiesa demolita tra il 1926 e il 1929, quando venne scavata l’area sacra sottostante. Esattamente in corrispondenza della scala che oggi vi conduce agli scavi archeologici, appoggiata ad uno dei muri realizzati in epoca fascista, fa bella mostra di sé una deliziosa fontanella unica testimonianza della demolita chiesa ritrovata tra i materiali rinvenuti in occasione di quei fortunatissimi scavi che ebbero il merito di riportare alla luce un ignoto settore del Campo Marzio centrale, forse il più antico, interamente dedicato al culto delle acque e che, successivamente diventerà famoso per essere stato il luogo dell’assassinio di Giulio Cesare alle idi di marzo del 44 a.C. Tutto ebbe inizio nel 1926 quando venne approvata una variante al piano regolatore del 1909 in occasione del quale vennero aperte via delle Botteghe Oscure e via Arenula, a loro volta varianti del piano regolatore di Alessandro Viviani del 1883 che rese Roma protagonista di un rivoluzionario, e in alcuni casi discutibile, progetto di revisione viaria che fece nascere vie come Via Cavour, via Nazionale, Corso Rinascimento, Corso Vittorio Emanuele II, via del Quirinale e via Venti Settembre il cui fine era collegare la città alla stazione Termini e al centro storico focalizzato verso Piazza Venezia. Tale assetto sarà, in un certo senso definito e chiuso, con l’apertura della via del Mare e di via dell’Impero. Nel 1926 si immaginò di aprire una via trasversale a via Arenula che passasse davanti alla chiesa di San Nicola de’Cesarini, una volta San Nicola de’Calcarario, e che si riallacciasse a Corso Vittorio Emanuele II. Per aprire questa piccola stampella sarebbe stato necessario demolire un isolato di palazzine attorno alla chiesa. L’italico piccone amava le sfide e decise di approvare tale variante. Fortuna o sfortuna volle che, sotto le palazzine settecentesche, tra le quali si segnala Palazzo Aquari di cui sopravvivono le cornici in travertino, si celassero ben quattro templi di età repubblicana. Non parve vero al Duce di aver ritrovato casualmente altre notevoli tracce della storia millenaria di Roma. Fu così che si decise di non aprire più la via e di procedere agli scavi. L’allora direttore della X Ripartizione Antichità e Belle Arti del Governatorato di Roma Antonio Munoz fu incaricato dello scavo che fu diretto dall’archeologo Giuseppe Marchetti Longhi. I risultati sono oggi sotto ai nostri occhi, poco importò. allora, sfrattare numerose famiglie, anche dal blasonato cognome, per far trionfare la propaganda.

Una volta ultimati gli scavi si procedette all’inaugurazione dell’area il 21 aprile del 1929, il Natale di Roma, data fortissimamente voluta da Mussolini in quanto il Governatorato ogni anno in occasione del 21 aprile inaugurava o dava pubblica cerimonia per la fine di lavori che avrebbe dato nuovi spazi o nuove aree al cittadino. In questo caso si rischiò un duello tra Antonio Munoz e Giuseppe Marchetti Longhi non perfettamente allineati sulle scelte conservative e sulla musealizzazione del sito, ma questa è un’altra storia.

Avanzando dei pezzi, come nell’immagine, probabilmente un pilastrino di X secolo della demolita chiesa di San Nicola che andò ad occupare i resti del Tempio A dell’Area Sacra dedicato a Feronia, si decise di “fabbricare” all’epoca, una fontanella per gli utenti della chiesa con pezzi di gran pregio, ed ecco a voi un meraviglioso pasticcio, per usare il termine che nel’600 definiva questi arditi collage. La fontanella utilizza come base di appoggio un pilastro di marmo bigio di seicentesca manifattura che non escludo sia una rilavorazione di una colonna di epoca romana; lo stesso dicasi per la vasca, di marmo bianco, dalla forma quadrangolare che potrebbe ricondursi alla base di una colonna di epoca romana. La cannella di adduzione dell’acqua è una testa di divinità marina, ritagliata da un originale contesto di appartenenza, oggi di difficilissima lettura, direi impossibile, letteralmente appiccicata su una valva di ostrica di epoca barocca. Il risultato, nonostante le diverse componenti, è armonioso e di gran classe, e si sposa con il pavimento sottostante, di epoca fascista, un insieme di schegge di marmo di diversa natura, forse un’imitazione del cosmatesco. Presso l’Archivio Storico Capitolino sono conservati i mandati di pagamento degli artisti e degli operai che furono incaricati della sistemazione del manufatto. Salvatore Ippoliti fu incaricato di rilavorara la valva di conchiglia e il balaustro della vasca; ad Arnaldo Palelli, marmista, di ricavare da “una colonna di pavonazzetto antico” di ricavare una serie di lastre tra cui quella su cui incidere la targa di seguito riportata. L’impianto idraulico fu affidato all’Officina di Amedeo Sardelliti la cui sede si trovava a via della Torretta n. 3 (vicino piazza San Lorenzo in Lucina), secondo quanto riportato dalla Guida Industriale e Commerciale di Roma del 1937. Sulla targa si legge: “Qui trasportata dal cortile della casa demolita in via di San Nicola de’Cesarini n. 42”. Se vi ho incuriosito sappiate che l’Area Archeologica, grazie al sostegno della Maison Bulgari, ha aperto dal mese di giugno le porte ai visitatori eliminando quella barriera rappresentata dall’impossibilità di scendere e visitare i sottostanti scavi. Se vorrete vedere da vicino questo piccolo capolavoro ora potrete farlo.
