La maschera, dal teatro greco al teatro romano
Si torna parlare di archeologia, questa volta di un fine oggetto di artigianato, attraverso una delle maschere più antiche, se non la più antica, conservata fino ai nostri giorni. Questo gioiellino viene da Mègara Hyblea e risale al VI secolo a.C., per la precisione si data tra il 570-560 a.C. Conserva nella parte retrostante due forellini che servivano a tendere un laccio che assicurava la maschera al volto dell’attore offrendo al tempo stesso un aggancio alla parrucca che accompagnava la sua performance sulla scena.
La maschera rappresentava tutto per l’attore, gli permetteva di essere “altero da sé”, di smettere i propri panni e di diventare il personaggio che era stato chiamato ad interpretare sulla scena, di fatto un secondo volto, non è un caso che la parola greca che indicava la maschera era pròsopon, volto. Le prime erano in tessuto o cuoio motivo per cui non sono giunte a noi in quanto troppo delicate, ma la versione in terracotta ha resistito al passaggio del tempo e ci mostra tutta la sua potenza. Indossando altri panni l’attore era libero di muoversi, gesticolare, sostenere lo sguardo del pubblico e interpretare al meglio le parole scritte dell’autore. A Roma la maschera rappresentò all’inizio una toppa per mascherare l’improvvisazione che a volte avveniva da parte di attori che attori non erano, non esistendo una scuola o una professione di attore; era più facile muoversi celati da una maschera, eventuali incertezze. o imbarazzo potevano essere nascoste. Il genere teatrale faticò non poco ad imporsi a Roma per via della sua natura poco eccitante, almeno per i Romani, ben lontani da quel concetto di “catarsi” che per i Greci era tutto. Immedesimazione allo stato puro in un contesto unico, quello teatrale al tramonto, con esposizione ad ovest, quasi sempre a picco sul mare, fuori dall’abitato, in un momento di emozione e trasporto unico. Quando i Greci avevano già collaudato i teatri di Agrigento, Segesta, Siracusa, Taormina, i Romani avevano ancora le passerelle lignee attorno ai templi per disamorare il pubblico a seguire i ludi scenici, dovendo rimanere in piedi per tutta la durata dello spettacolo. Sarà Pompeo Magno a rivoluzionare l’architettura del teatro rendendola fissa e codificandola permettendo di creare il precedente che sarà utilizzato da Augusto e da Balbo per gli altri teatri.

La maschera era anche l’attributo del dio Dioniso, il dio da cui deriva il genere del teatro, sia sotto forma di tragedia che di commedia, mediante il ditirambo e la phallophoria che è proprio quello che la parola suggerisce, un enorme fallo di legno portato in processione. Dio del fluire vitale, il dio nato due volte, la sua non fu un’infanzia facile: figlio illegittimo di Zeus e Semele nacque dalla coscia del padre che portò avanti la gravidanza di Semele che lui stesso fulminò in un momento di ira in quanto la mortale femmina, che non conosceva l’identità del suo focoso amante, su istigazione di Hera, moglie gelosa e pluritradita, osò chiedere al padre di tutti gli dei di rivelargli la propria identità. Nonostante la folgore scagliata Dioniso rimase vivo e Zeus lo formò fintanto che fu pronto per essere affidato ad una nuova famiglia composta da Ino, sorella di Semele e Atamante, il suo sposo, che Hera fece impazzire spingendoli ad uccidere i propri figli, ma non Dioniso che Zeus aveva trasformato in capra prima di affidarlo alle loro cure. In quel frangente il Dio capì la forza della pazzia, intesa come perdita del controllo e dell’umana ratio e ne fece il suo portabandiera assieme alla capra, suo animale totemico, la sua pelle, la nebrys identifica il suo corteggio composto da menadi e satiri. E allora ecco che definirlo dio del fluire vitale assume un significato ancora più profondo: in lui la vita è così tenace e forte da non poterlo abbandonare tanto che una delle sue due piante, la vite, ne è riassuntiva: si nutre di sole per crescere e sviluppare i suoi grappoli che daranno, attraverso i suoi chicchi, quella sostanza rossa e nettarina che è il vino, rosso come il sangue che anima ogni essere, contemporaneamente, però, ad emblema della sua natura legata al mondo della morte, l’edera, l’altra pianta che lo rappresenta, e che la vostra scrivente adora, pianta ombrofila e desiderosa di queste per prolifera e infestare con i suoi racemi.
La maschera riportata è la maschera del dio: occhi spalancati, per gli antichi significavano coraggio, perché non timorosi di guardare alla vita e di affrontarla a testa alta; la bocca spalancata, conseguenza degli occhi aperti, pronti a proferire parola per farsi valere, l’acconciatura, di stile orientale, a volte lo si trova con le treccine, modello Sardanapalo, in onore del re assiro Assurbanapal, che segue il filone narrativo del mito che lo vedono protagonista di una serie di viaggi per il mondo antico dove incontra la sua sposa Arianna, abbandonata da Teseo che la usò per uscire dal labirinto e avere salva la vita.

La statua bronzea scelta è conservata al Museo Nazionale Romano, sede di palazzo Massimo, e proviene dal fiume Tevere, ritrae un Dioniso al pieno della sua potenza: fiero, giovane, coronato, imbraccia lo scettro del comando, probabile ex voto, è un’opera di altissimo livello tecnico e grafico, nonché raro in quanto bronzeo.
Al Museo dell’Ara Pacis è in corso una mostra interessantissima da cui è tratta la maschera in terracotta del VI sec. a.C. e che è stata da poco oggetto di visite guidate da parte di Hedera Picta. Vi invito ad andarla a vedere, non solo è interessantissima, ma offre tante chiavi di lettura sul mondo del teatro e sulla sua evoluzione. Si parte dalla Grecia e, passando per l’Etruria, si approda a Roma. Pezzi unici, tra cui il vaso di Pronomos, installazioni multimediali, oggetti riprodotti da un talentoso medico, Filippo Landucci, toscano classe 1985, che ha dato vista ad un progetto dal nome “Archeologia Sonora Sperimentale”, che prevede la riproduzione di strumenti musicali antichi e melodie antiche, compresi strumenti scenici, quali cembali, crotali, sistri, scabelli, che servivano ad animare le scene e a dare il ritmo durante lo svolgimento dei mimi e dei pantomimi.
Da non perdere, Hedera Picta la riproporrà a settembre!!!
