Fulgur conditum

Ovvero del “fulmine sepolto”

Due settimana fa una vera e propria bomba d’acqua ha investito la capitale nelle ore centrali delle giornata, creando non poche difficoltà alla circolazione e danni tra i quali la caduta di alberi al Circo Massimo e in alcuni dei principali parchi della città compresa la mia amata Villa Pamphilj. Nel corso della tempesta un fulmine si è abbattuto sull’Arco di Costantino causando il distaccamento di un pezzo della cornice dell’attico prontamente recuperato che sarà riattaccato nel corso dei lavori di pulitura del monumento iniziati qualche giorno prima dello sfortunato evento. Credo valga la pena spendere due parole su ciò che i fulmini rappresentavano nel mondo antico.

Pe gli antichi Romani la caduta di un fulmine era roba seria, come tutte le violente e dannose manifestazioni della natura venivano collegate a esternazioni di collera da parte degli Dei che necessitavano di rituali di purificazione ed espiazione per allontanare la “iattura”, iella, sfiga, chiamatela come volete, da cui erano ossessionati. Il fulmine veniva maneggiato da divinità non tanto tenere quali Giove, Hera, sua moglie, Atena e Vulcano, Marte e gli arcaici dei Summano, signori dei tuoni, e Sanco, il dio dei giuramenti. Motivo per cui la cerimonia di espiazione, per riparare l’offesa arrecata agli dei, era particolarmente complessa. Le fonti a riguardo sono autorevoli: Plinio il Vecchio e Seneca, e lo stesso Augusto nelle sue Res Gestae racconta della caduta di un fulmine durante una marcia notturna in Spagna che andò a colpire uno dei suoi aurighi proprio davanti ai suoi occhi. Il rituale prevedeva che il punto dove il fulmine era caduto venisse recintato e al suo interno gettato tutto quello che era stato folgorato dallo stesso, in questo modo si sarebbe circoscritto la nefasta conseguenza dell’aver fatto inquietare gli dei e si sarebbe circoscritto il negativo che ne conseguiva. Il verbo utilizzato condere, per indicare l’azione da svolgere è già di per sé indicativo dell’importanza della cerimonia. Condere ha due significati: fondare e nascondere, e sono entrambi legati al mito di Roma, si pensi al titolo dell’opera omnia di Tito Livio, “Ab Urbe condita“, dalla fondazione della città. La fondazione di una città avveniva attraverso la terra che veniva smossa da un aratro dal vomere di bronzo a cui venivano aggiogati due tori di colore bianco, il movimento che l’aratro compiva portava la terra in superficie scoprendola e rendendola visibile, il solco così tracciato, invalicabile, diventava il perimetro sacro della città attraverso complessi rituali di purificazione. Da qui l’associazione tra fondare e nascondere legata inizialmente al dio Conso, il dio del seme, che riposa sotto terra prima di diventare pianta, proprio come l’ara di Conso, sottoterra per tutto l’anno ad eccezione dei Consualia, le feste in onore del dio che coincidevano con la semina e la raccolta. L’ara del dio era talmente importante, noi trovava dove oggi è possibile ammirare la torretta medievale all’interno del perimetro del Circo Massimo, da essere una dei quattro cippi di delimitazione della Roma Quadrata, la Roma di Romolo.

Ecco il collegamento con la cerimonia della sepoltura del fulmine che proseguiva con un rituale complesso, presieduto dal pontefice massimo, la più alta carica religiosa. Durante lo scavo archeologico per la realizzazione della Stazione di Amba Aradam della linea C della metropolitana di Roma sono stati rinvenuti esempi di sepoltura di fulmine. Entrambi databili al I secolo d.C., contenevano macerie di edifici e una piccola lastra di marmo con l’iscrizione Fulgur Conditum in un caso e Fulgor Conditum nell’altro. L’archeologa della Soprintendenza speciale, Simona Morretta, dichiarava “i fulmini sono segni degli dei. La comunità dei cittadini incarica l’interprete dei fulmini (aruspex fulguratior) di studiare il fulmine, interpretarlo (poteva essere un segnale positivo o negativo) e indicare la forma di espiazione (expiatio) per placare le divinità. La disciplina di cui l’aruspice dei fulmini doveva essere esperto prevedeva innumerevoli casi diversi.

Le caratteristiche del fulmine da tenere in considerazione erano il colore, la forma, il punto cardinale di provenienza, l’ora dell’evento (diurna o notturna), variamente combinate fra loro, tutte descritte dettagliatamente nei perduti libri fulgurales etruschi, di cui restano alcuni brani riportati da scrittori romani (in particolare Seneca)”. Dopo aver annotato tutte queste informazioni si procedeva allo scavo della fossa contante tutto ciò che il fulmine aveva colpito, si scolpiva la targa con scritto “fulgur conditum” e si “nascondeva” con la terra. A questo punto si sperava che le divinità accettassero la richiesta di scusa e potessero perdonare il malcapitato.

Che la religione dei Romani rasentasse la superstizio è risaputo, in particolare con fenomeni violenti e pericolosi quali i fulmini. Trovare, per questi fenomeni, una spiegazione scientifica non era plausibile, era invece molto più logico spiegare quel qualcosa di ancestrale e primordiale che la natura aveva insito nel suo essere, come esternazione di un qualcosa di superiore che indirizzava, come i fili di una marionetta, le umane vicende e rendeva necessario, a causa della sua imprevedibilità, rispetto e osservanza dei rituali.

In questo caso l’oggetto colpito dal fulmine. proprio piccolo non è, mi chiedo, quindi, se, fosse stato folgorato in antico che destino avrebbe avuto il nostro arco… seppellirlo sarebbe stato difficile assai….

Una opinione su "Fulgur conditum"

  1. Cara Michela, ho letto con molto interesse. Grazie sempre di questi tuoi approfondimenti culturali. Peccato che non ho più le classi per riproporglieli…li terrò per me e per i nipotini che stanno crescendo. Buona giornata Mirella

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