I tesori nascosti di via Giulia
Ritorna la rubrica che solleva la foglia che nasconde dettagli meravigliosi di questa sorprendente città.
Passeggiare per le strade di Roma, indipendentemente si tratti o meno del centro storico, è sempre una scoperta; a volte basta prendere un vicolo piuttosto che un altro e ti trovi catapultato in un’altra realtà, se poi hai la fortuna di girare di mattina troverai molti portoni aperti, essendo in servizio i portieri dello stabile. Basta essere gentili, chiedere il permesso, sfoderare un bel sorrisone, e ti saranno aperte le porte della beatitudine, a me almeno capita sempre così, non ho mai rubato di nascosto una foto, ho sempre chiesto con cortesia e gentilezza e a volte ho ricevuto anche di più, scoprendo cortili e meraviglie inimmaginabili.
L’altra mattina ero a via Giulia per visitare la chiesa di S. Maria di Monserrato (prossimamente sul calendario di Hedera Picta) e la mia attenzione è stata attirata da due bei cortili ospitanti antichità variamente riutilizzate.
Nel primo caso si tratta di un’edicola funeraria in travertino con coronamento timpanato murata all’interno del cortile di Palazzo Ricci, noto ai più per i bellissimi affreschi che ne impreziosiscono la facciata . Queste decorazioni sono uno dei pochi lavori di Polidoro da Caravaggio, allievo di Raffaello, che li realizzò assieme a Maturino da Firenze nel 1525 ( i due sono noti anche per Palazzo Milesi a via della Maschera d’Oro e per gli affreschi a San Silvestro al Quirinale). Il Palazzo fu realizzato per la famiglia Calcagni, di origine toscana, poi passò ai Del Bene che ne curarono il decoro esterno e a monsignor Arcella, arcivescovo di Capua e Bisignano, i Ricci, a cui si deve il nome con cui ancora oggi viene ricordato, subentrarono come proprietari solo nel 1577. Oltre al valore dei suoi affreschi, la mia attenzione è stata catturata dai reperti murati nel cortile, in primis, la già citata edicola, la prima delle meraviglie che si cela “sotto la foglia”. All’interno del timpano una testa di Gorgone, con funzione apotropaica, contro il maligno, in questo caso una protezione per i defunti nel regno dell’oltretomba. Al centro dell’edicola una coppia di sposi, i destinatari del sepolcro; che si tratti di marito e moglie lo suggerisce il gesto che li accompagna: si stanno tenendo reciprocamente la mano destra, si dice “dextrarum iunctio” e simboleggia il matrimonio che veniva suggellato con una stretta di mano destra tra gli interessati. Rappresentarlo sul proprio monumento funerario aveva la funzione di estendere il vincolo anche nell’aldilà, in quanto vincolo, legame, contratto, indissolubile. Osservando il volto dei defunti si nota un’età più matura sul volto dello sposo rispetto alla sposa, potremmo azzardare un secondo matrimonio da parte di lui, vedovo, con una donna più giovane. Sulla cornice dell’edicola, al di sotto del timpano, l’iscrizione parzialmente leggibile: ” Pomponia D.L. L(Lucius) Pomponius D. L. Callig(raphus) [..]alabandis ossa hic sita sunt“. Il testo riporta il nome degli sposi, la dicitura D.L. potrebbe riferirsi allo stato di liberti, la L, mentre la D potrebbe indicare il nome dell’ex padrone; lo scioglimento di Callig(raphus) mi è stato dato dall’incipit della parola che mi ha portato a pensare alla sua occupazione quale calligrafo, scrittore; la formula di chiusura è un chiaro riferimento alla funzione sepolcrale dell’edicola. Difficile dire da dove provenga, ritrovata durante la costruzione dell’edifico, rinvenuta presso il fiume o proveniente da altro luogo e qui riutilizzata come accrescitivo del cortile, ogni ipotesi potrebbe essere la corretta.

Ma non finisce qui, sulla parete di fronte, come nella migliore delle tradizioni, una fontana realizzata da un mascherone, adduttore dell’acqua, sormontato dallo stemma della famiglia Ricci, un riccio sollevato sulle zampe posteriori proteso verso il sole, su fondo azzurro campo verde, con un sarcofago utilizzato come vasca.

Il sarcofago è stondato sui lati e occupato sulla fronte da tre protomi leonine con anello tra le fauci nel quale viene fatto passare un nastro che crea movimento e morbidezza sulla sua superficie liscia.

Nel secondo caso trattasi di un palazzo privato riccamente decorato all’interno, nel cui cortile è stata realizzata questa deliziosa fontana riutilizzando un’ara funeraria piazzata sul fondo di una piccola vasca ellittica incassata nel muro tra le due semicolonne della parete con tanto di faretto illuminante. L’ara marmorea reca sulla sommità un coronamento centinato affiancato da due pulvini laterali con al centro una corona di alloro con due vittae, nastri, che si snodano ai lati in modo sinuoso. Il testo si apre con l’intitolazione agli Dei Mani, protettori dell’aldilà e il nome della defunta Cocceia Magna, espresso al dativo; l’ultima riga di testo non era leggibile a causa del cattivo stato di conservazione, ma poteva contenere il nome del dedicatario, un marito, una madre o un padre, i figli. Anche in questo caso arduo risalire all’origine del pezzo. All’epoca era assai frequente pensare di abbellire i propri cortili con i reperti ritrovati al suo interno o acquisiti o regalati da altri; era anche un modo per suggerire la ricercatezza della famiglia proprietaria, il proprio grado di cultura e raffinatezza, oltre che di agiatezza. Era uno status symbol, con tutti i danni che ha portato cn sé, questo modo di considerare, oggetti e nulla più, il nostro patrimonio culturale.

A chiudere la meravigliosa mattinata, due immagini del cortile contenente la fontana. Raffinatissimi affreschi, che, come disegni a gessetto sulla lavagna, risaltano dal fondo scuro delle pareti aprentesi verso l’interno grazie ad ampie finestre e vetrate. Gli affreschi, a soggetto vegetale, rivelano, sulla fascia più bassa, una teoria di armi, scudi, picche, lance privi di soggetto umano che le imbracci con chiara funzione di natura morta, panoplie di armi; in alto si notano mascheroni leonini con nastri, vittae, svolazzanti. Una targa recita la sua edificazione nel XVI secolo e il suo restauro nel 1928. Anche questa è Roma.

