Un “consulente artistico” per Roma
In questo clima di grandi polemiche nei confronti degli interventi sul verde cittadino, dai pini di Villa Glori, ai cipressi del Mausoleo di Augusto, senza dimenticare i lecci di viale dei Quattro Venti e gli abbattimenti sulla Tiburtina e sulla Casilina, mi sono riproposta di parlarvi di uno dei pionieri del verde, Raffaele de Vico, il giardiniere di Roma, il consulente artistico del momento più vivace che Roma abbia mai avuto.

Raffaele de Vico è stato protagonista di una stagione importante dei giardini di Roma, nell’arco di tempo che va dal primo anteguerra alla ricostruzione del secondo dopoguerra, dal piano regolatore del 1909 a quello del 1962. Sono decenni di grandi trasformazioni urbane, entro le quali la progettazione del verde pubblico acquista un peso crescente e dialoga in modo più serrato con l’archeologia. Di giardini si occuparono in molti: archeologi come Giacomo Boni, storici dell’arte come Corrado Ricci e Antonio Munoz, urbanisti come Marcello Piacentini e Gustavo Giovannoni. Con tutti questi personaggi, che hanno giocato un ruolo incisivo nel cambiamento della città, De Vico entrò, in modo differente, in contatto, essendo il solo professionista specializzato nel paesaggio e la sua bravura consistette nel far dialogare le singole parti facendo risultare il verde pubblico il collante dei lavori di matrice urbanistica, architettonica e archeologica.
Raffaele de Vico nacque a Penne il 18 aprile 1881 dallo scultore Angelo de Vico e da Emma Bartolini. La sua prima formazione avvenne presso la sezione Agrimensura dell’Istituto tecnico di Chieti e successivamente come perito tecnico agrario presso l’attività dello zio Vincenzo Sbozzieri, che gli fornì le basi per la conoscenza delle piante. Nel 1902 decisivo fu l’incontro con Giuseppe Sacconi, il nume tutelare del Vittoriano, che gli consiglierà il trasferimento nella capitale, generosa con personaggi come lui, dall’estroso ingegno. Nel 1906, accettando il consiglio del Sacconi, si trasferì a Roma dove conseguì il diploma di professore di disegno architettonico presso l’Istituto superiore delle belle arti e collaborò con Pompeo Passerini che lo introdusse nel suo studio come aiutante tecnico di terza classe per poi rientrare in servizio dopo la Prima guerra mondiale. (Nella foto la torretta medievale all’interno del semenzaio comunale, restaurata dal De Vico, ASC foto Vasari)

Nel 1915 vinse il bando per la progettazione del serbatoio idrico di Villa Borghese (in foto, Studio per il serbatoio idrico di Villa Borghese, collezione privata), era già in vigore la legge n. 688 del 1912 sulla tutela delle ville, parchi e giardini, voluta da Corrado Ricci, direttore generale per le Antichità e Belle Arti di Roma, normativa lungamente attesa, ma non abbastanza tempestiva da impedire l’abbattimento di Villa Ludovisi.

Nel 1923 venne incaricato di prestare la propria opera di consulente artistico per tutto ciò che riguardava il servizio giardini, attività che, anche dopo aver lasciato il Comune, nel 1925, in seguito alla nomina a professore di Architettura presso la Reale Accademia di Roma, continuerà a seguire come professionista esterno.
Nel 1939 fu nominato consulente generale di parchi e giardini caldamente spalleggiato da Marcello Piacentini, già direttore generale dell’E 42. Dopo la Seconda guerra mondiale, venne chiamato a completare i progetti interrotti e fu nominato soprintendente ai parchi e giardini dell’EUR.
Nel 1940 ha l’incarico della vigilanza sulle realizzazioni dei progetti ai parchi e giardini. In questo modo diventò il più importante architetto del verde della capitale e lo rimase per un trentennio; a lui la capitale deve l’aspetto di un consistente numero di parchi e giardini, situati in luoghi estremamente significativi della città. Si occupò infatti di una lunghissima lista di progetti e di realizzazioni, vi avverto è un elenco da capogiro:
-Parco della Rimembranza di Villa Glori (1923-1924), di 28 ettari, che caratterizzò con gli stilemi del giardino romantico; Parco Flaminio (1924);
-Parco del Colle Oppio (1926-1932), di circa 20 ettari, al di sopra dell’area occupata dalle Terme di Traiano e dalla Domus Aurea neroniana; aggiungo una curiosità: nel corso dei lavori fu scoperta una sorgente e ciò gli fornì lo spunto per arricchire il parco di fontane e giochi d’acqua, caratterizzati da un ricchissimo insieme di sculture; in foto l’ingresso dei giardinetti su via Borghi, con dedica di Raffaele de Vico a Igino Pineschi, architetto, docente di Disegno e rilievo e di Progettazione architettonica e urbana, suo collaboratore)

-Giardini di Santa Sabina sull’Aventino (1931); i Giardini di Palazzo Caffarelli in Campidoglio.
-Parco di Villa Fiorelli, Parco di Villa Paganini e quello degli Scipioni, progetti realizzati tra il 1930 e il 1934;
-Il Giardino degli Aranci (1931). Il giardino prende nome all’arancio presso cui predicava San Domenico, ancora presente nel vicino chiostro di Santa Sabina e visibile tramite un foro aperto nel muro del portico della chiesa. De Vico diede al parco un’impostazione rigidamente simmetrica, con un viale mediano che traguarda sul belvedere e sulla cupola di San Pietro; il viale, a pini domestici, si apre in due slarghi a destra e a sinistra. Il De Vico progettò però l’ingresso principale al parco fuori asse di simmetria, per non rendere subito visibile la suggestiva veduta e sorprendere così il visitatore nel momento in cui la scopre, con un espediente tipicamente barocco.
-Parco del Monte dei Cocci, altrimenti noto come Parco di Monte Testaccio (1930).
-Giardini dell’allora via dell’Impero, oggi via dei Fori Imperiali (1933), scenograficamente affacciati sulle grandiose rovine della Roma antica, la cui visione è incorniciata da maestosi pini italici.
Sistemazione dell’area circostante l’Altare della Patria, piazza San Marco e piazza della Madonna di Loreto e le due esedre arboree a gradoni, in collaborazione con l’archeologo Corrado Ricci, a cui è dedicato il corrispondente slargo. De Vico riuscì, con il suo intervento, a stabilire una simmetria rispetto all’Altare della Patria, nonostante la spiccata irregolarità degli spazi.
Giardini di piazza Mazzini, in cui realizzò il raffinato “giardino fontana”, con una vasca ottagona e la realizzazione di quinte arboree che riuscirono a creare un ambiente raccolto nonostante il traffico circostante (1925-1926). Se ne è parlato qualche settimana fa su Hedera Picta.
Giardini dell’EUR (1955-1961), in cui ideò il centrale giardino delle cascate (poi realizzato con modifiche negli anni Cinquanta) e le aree verdi della zona nord. Nel 1951, venne richiamato dall’Ente EUR a sovrintendere a tutto ciò che riguardava il verde di tutto il quartiere.

Si occupò inoltre della realizzazione del Mausoleo Ossario, monumento ai caduti della Prima guerra mondiale nel Cimitero monumentale del Verano (in foto il disegno presentato al concorso del 1922, ASC). Successivamente ebbe fu incaricato dell’ampliamento del Giardino Zoologico (1928), in cui curò anche altri interventi sull’impianto originale (1928-1938), realizzando nuovi padiglioni, come il rettilario e la grande gabbia poliedrica della voliera, caratterizzate dalla fusione tra motivi decorativi e zoomorfi ed elementi funzionali. È tra i fondatori, nel 1950, dell’Associazione Italiana degli architetti del giardino e del paesaggio insieme a Mario Bafile, Michele Busiri Vici, Giuseppe Meccoli, Pietro Porcinai, Elvezio Ricci (direttore del servizio giardini di Roma) e Maria Teresa Shepard.

L’Associazione italiana degli architetti del giardino e del paesaggio lo nomina socio onorario nel 1965 «… riconoscendo in lui il depositario delle nobili tradizioni del nostro paese nella ideazione del giardino come opera d’arte». (In foto un acquerello di Carlo Montani, piazza Manfredo Fanti con la Casa dell’Architettura, sede dell’Associazione Italiana degli Architetti, Museo di Roma, 1925)
Morì il 15 agosto 1969 a Roma lasciando un contributo al verde pubblico senza precedenti, trasformandone e innovandone il concetto, noi , nel nostro piccolo credo non disiamo stati in grado di sostenere un’eredità tanto sostanziosa considerando come molte di codeste meraviglie, oggi, stiano lentamente morendo.
