Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione

Figure di spicco femminili che hanno scritto la storia del XIX secolo (XXIX episodio)

“Ho sempre ammirato la tenacia con cui il fiore del cappero nasce tra le malte dei muri, e come si accontenta di una goccia di pioggia e di un raggio di sole estivo per aprire alla vita i suoi petali rosati e trasformarsi in un piccolo frutto saporito…” Con queste parole vorrei aprire il mio omaggio a questa grande pioniera, la prima donna a mettere piede in Soprintendenza, l’unica donna funzionario, siamo a Roma, ed era il 1913.

Maria Barosso nacque a Torino nel 1879 da una modesta famiglia che però favorì e incoraggiò la sua predisposizione per il disegno, arte in cui poi eccelse. Studiò all’Accademia Albertina dove conseguì l’abilitazione e vinse per concorso una cattedra di disegno nelle scuole medie. Lavorare in quegli anni non era scontato, per una donna lo era ancora meno. La Torino di fine’800 era una città che, nonostante avesse da poco deposto lo scettro di Capitale del Regno d’Italia, si mostrava una città energica e all’avanguardia con i suoi portici e i suoi viali alberati, le sue Accademie e i suoi Istituti di ricerca; al contrario Roma, forse ancora incredula di essere stata designata prima città d’Italia, appariva frastornata, un cantiere, visti i lavori previsti dal piano regolatore del Viviani, quello della nuova viabilità di cui si è più volte parlato, verso cui però si rivolsero le attenzioni di funzionari, impiegati statali, architetti, ingegneri e urbanisti, pronti a dare alla Città Eterna un aspetto nuovo, più moderno ed efficiente, degno di una giovane Capitale europea. Tra questi Maria, che fece la valigia e partì stanca di essere un insegnante di disegno, la sua vocazione: l’arte e l’archeologia. Paradossalmente fu proprio la scuola a fornirle la “grande opportunità”: dopo aver ottenuto l’abilitazione anche a Roma, entrò al Ministero, prima come dipendente e poi come funzionario ottenendo il trasferimento alla Soprintendenza alle Belle Arti, destinazione, ufficio tecnico degli scavi del Foro Romano. Qui la Barosso fece la conoscenza del grande archeologo Giacomo Boni, nume ed essenza del Palatino e del Foro Romano; era il 1905 e Maria aveva poco più che vent’anni.

“Rilevatrice”. Così avremmo definito oggi il lavoro di Maria, ma a quel tempo si era solo “disegnatori”, anche se si trattava di andare ben oltre il semplice disegno; c’era l’inquadramento topografico, le fonti storiche da studiare sui libri, e poi il lavoro sul campo… misure precise da prendere, calcoli da fare per riportare bene in scala l’area di scavo e i reperti. Tutto questo ovviamente con gli strumenti del tempo, fettuccia e filo a piombo. Un lavoro complesso e di dettaglio che era la sua passione. Nel 1913, la grande occasione, occuparsi del “disegno” degli alzati della basilica di Massenzio che ne ricostruivano la sequenza edificatoria e ne restituivano lo stile e la trama decorativa anche per i pavimenti in opera tessellata che, sotto il pennello e i colori di Maria, vennero finalmente fuori dalla dimenticanza del tempo: verde giada, azzurro oltremare, rosso ematite, nero, le tonalità del marmo e della pasta vitrea; dalla sala ottagona della ricca domus sotto il Tempio di Venere e Roma, alla Basilica Emilia, alla doppia cella intitolata a Venere e Roma del tempio adrianeo.

Testimone dei grandi sventramenti di epoca mussoliniana nel quartiere Alessandrino, con la demolizione della chiesa di S. Urbano e e di S. Eufemia, la Barosso catalogò anche la sciatteria dell’operato archeologico di quei rovinosi interventi: fece in tempo a repertare i resti del Compitum Acilium, appena affiorato, subito demolito senza rimpianti per la fretta di aprire Via dell’Impero, idem per il grande teschio di elefante del Pleistocene, fatto sparire con altrettanta rapidità. In entrambi i casi l’uso dell’acquarello permise di vedere le gradazioni degli strati geologici. Negli acquerelli di Barosso non c’è la fascinazione di inglesi, tedeschi e francesi a caccia di immagini souvenir del Grand Tour, quelle visioni di Roma diventate luoghi così comuni da non appartenere più a nessuno. Non c’è neanche la suggestione della rovina a contatto con l’agro. “C’è una città viva che va sparendo“, ed è quella che ha resistito alla tremenda cesura con la fine della città antica.

Sono gli anni in cui Giacomo Boni demolì la chiesa di S. Maria Liberatrice al Foro, ai piedi del Palatino dalle cui ceneri emerse la meraviglia e l’incanto di S. Maria antiqua, l’oratorio dei Quaranta Martiri e la rampa domizianea accuratamente riportati da Maria. Fu lei la prima che disegnò l’Angelo Bello, la Vergine con il bambino, le storie di Quirico e Giulitta e raccontò di Cosma e Damiano, i medici anargiuroi, senza portafoglio.

Con la morte di Giacomo Boni nel 1925, era subentrato Antonio Munoz nella Direzione Generale delle Antichità e la Barosso, diventata Prima Disegnatrice, fu testimone delle demolizioni dell’Area Sacra di largo Argentina, vittima illustre la chiese di San Nicola de’ Cesarini officiata dai padri Somaschi, e dell’apertura della via del Mare, oggi via Petroselli. Fortemente stimata dal Munoz venne segnalata prima ad Anagni, per eseguire le copie degli affreschi del castello di Bonifacio VIII, poi a Ninfa, dove eseguì i rilievi della cappella del Convento di S. Maria sopra Ninfa, e ancora a Sermoneta, antico baluardo dei Caetani, dove riprodusse le decorazioni parietali del castello e due vedute della Rocca. Grazie alla collega Van Deman, il nome della Barosso arrivò all’orecchio di un professore dell’Università del Michigan che stava scavando a Pompei e che le fece una proposta fuori dagli schemi: dipingere gli affreschi appena riemersi dalla villa dei Misteri, in dimensioni dal vero, ne scaturì un acquerello della lunghezza di 18 metri per 3,5, assurdo sotto ogni punto di vista. Tale la portata dell’opera, una vera megalografia, da essere esposta alla Galleria Borghese e farle avere uno studio tutto suo a piazza Dante, nascente realtà umbertina, assieme a piazza Vittorio, che rendeva Roma molto simile alla sua Torino. Se durante la Prima guerra mondiale si era distinta come crocerossina al fronte, con lo scoppio del secondo conflitto bellico fu la Barosso a necessitare di cure, disabilitata dalla malattia della madre, cominciò a vacillare in ciò che le era indispensabile per lavorare, la vista, che perse sul finire degli anni’40. Diede fondo a tutte le sue poche risorse economiche per curarsi operandosi più volte agli occhi. Nel 1950 venne trasferita in un ufficio più tranquillo da dove venne poi messa in pensione. Furono gli anni più bui della sua vecchiaia, tentò più volte di lasciare Roma per tornare in una città, Torino, in cui però non si sarebbe più riconosciuta. Morì nel 1960 nell’intimità degli amici che la assistettero fino alla fine. Nonostante il suo incredibile lavoro l’unica espossizione delle sue opere avvenne a via dei Cerchi nel 1933, ora, alla Centrale Montemaritni, è possibile ammirare, con me se lo desiderate, i capolavori di questa incredibile donna.

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