Hedera Picta: “Roma work in progress”

Rubrica a puntate sui cantieri della Capitale

Apre una nuova rubrica, incentrata sui cantieri aperti nella Capitale in previsione del Giubileo 2025 e finanziati dai fondi del PNRR. Lo scopo è illustrare e raccontare, per quanto possibile, visto i disagi che obiettivamente hanno iniziato a creare da diversi mesi alla quotidiana circolazione e fruizione di vie e piazze, i diversi cantieri in corso di lavorazione, aggiornandone l’iter, i ritrovamenti e l’aspetto che la piazza o la via assumerebbero a fine l’intervento. In un certo senso l’argomento era già stato inaugurato dall’articolo sui lavori per Piazza Pia, a breve la seconda puntata, ma ora si ufficializza la trattazione dell’argomento come la scrivente sa fare e vi ha abituato con ironia, consapevolezza, documentazione e, da romana che circola in motorino, con tanta pazienza!!! Che il racconto abbia inizio…

A Roma, in prossimità della Piazza del Quirinale, si erge quel che resta di Villa Aldobrandini, dimora cinquecentesca del cardinale Pietro Aldobrandini donatagli da papa Clemente VIII nel Seicento. Un edificio animato da logge e dotato di un grande parco alberato, ricco di statue e fontane, che venne drasticamente ridotto con l’apertura di via Nazionale prevista nel piano regolatore di Alessandro Viviani del 1883. Per restituire l’antico splendore a una delle ville più belle della Capitale, è stato approvato il progetto di recupero che vedrà il restauro delle logge e del giardino, nonché la nascita di un punto di ristoro e un ascensore per rendere la dimora accessibile e fruibile a tutti. Un nuovo accesso su largo Magnanapoli e l’apertura di un caffè, con ampie sale lettura, da assegnare ai privati con un bando. Sono questi i primi passi per far rinascere entro il 2025 villa Aldobrandini, gioiello nascosto e poco noto della città, aperto al pubblico da sempre ma frequentato molto poco da romani e turisti per il suo attuale stato di semi abbandono. Il progetto di recupero della piccola villa, con il suo giardino seicentesco, è stato presentato nei mesi scorsi con inizio lavori nello scorso mese di giugno; il progetto è stato realizzato da Enrico Da Gai, la messa in opera e la logistica dagli assessori capitolini alla Cultura e all’Ambiente, rispettivamente Miguel Gotor e Sabrina Alfonsi.

“I lavori saranno svolti in due fasi, una prima del Giubileo e una dopo – ha detto quest’ultima – si parte dal restauro della parte vegetazionale, già ridisegnato 9 anni fa. Recuperemo poi una delle torri che ospiterà una coffe house con uno spazio culturale e con una gestione pubblico-privata che ci consentirà di mantenere e di far fruire la villa. Spesso, infatti, in passato abbiamo assistito al recupero di aree verdi di ville e parchi che però poi non sono state fruite dalla cittadinanza. Noi invece ora le vogliamo mantenere al livello in cui le riporteremo con gli interventi di recupero”.

“La villa si trova nel cuore del cuore di Roma – ha aggiunto Gotor – davanti a vestigia millenarie, a 150 metri dal Quirinale e a pochi metri da Monti, uno dei rioni più affascinanti della città. Una zona viva. Eppure non si può non rimanere sorpresi dal fatto che esiste un luogo così isolato e degradato, dove non va nessuno. Tra l’altro non lontano da un cinema delizioso, ma chiuso, come il Rialto. Ci sono potenzialità straordinarie e villa Aldobrandini potrebbe essere il faro verde da cui si gestiscono i diversi crocevia che passano da qui”. Nell’immagine la villa in un dipinto di Matthias Withoos (1660-1665, dal MR 45731)

L’intervento è stato finanziato con 2,7 milioni di risorse di Roma Capitale:

-Primo lotto 2,7 milioni di euro – Questo primo intervento riguarda la riqualificazione del verde e delle alberature nel giardino e il recupero del padiglione all’angolo tra via Nazionale e Largo Magnanapoli per realizzare una coffee house e un ascensore di collegamento con il giardino. E poi il restauro della loggia cinquecentesca di accesso originario alla villa con sistemazione museale e recupero della cordonata.

Secondo lotto 5,6 milioni di euro – I lavori inizieranno a gennaio 2026 con la riapertura del portone su via Nazionale, il restauro della scala e il nuovo ascensore, il recupero del padiglione angolo via Nazionale e via Mazzarino, il restauro vegetazionale e l’illuminazione degli scavi archeologici

La villa ha una storia lunga e affascinante, come ogni edificio storico e non solo della Capitale, noi non ci accontentiamo di storie ordinarie. Era il 1566 quando monsignor Giulio Vitelli, originario di Città di Castello, acquistò una villa con vigna e orti a Monte Magnanapoli a Roma dai genovesi Luca e Giovanni Battista Grimaldi. L’immobile cinquecentesco comprendeva un giardino segreto e un parco che si sviluppava fino al palazzo del cardinale Scipione Borghese, monsignor Vitelli decise di affidare il restauro e l’abbellimento all’architetto Carlo Lambardi che ne ampliò il portone di ingresso, costruendovi sopra una loggia, ovvero il padiglione su largo Magnanapoli. Nel Seicento Clemente Vitelli (figlio di Giulio) vendette la Villa a papa Clemente VIII che la donò al nipote, il cardinale Pietro Aldobrandini. Giacomo Della Porta, architetto di fiducia del nuovo proprietario, dotò il palazzo di scale e logge, di una facciata continua sul giardino e i viali arricchiti con statue, piante, vasi, fontane e una peschiera (oggi perduta). Ai piani superiori del palazzo, invece, era ospitata una ricchissima collezione di opere d’arte lasciate in eredità al cardinale nel 1598 dalla duchessa di Urbino, Lucrezia d’Este, con cui Aldobrandini aveva trattato la donazione di Ferrara alla Santa Sede. Dopo la morte del cardinale, la Villa passò per via ereditaria alle famiglie Pamphilj e Borghese, che spostarono nelle Gallerie dei propri palazzi gran parte della collezione Aldobrandini. Dopo essere stata la sede del governatore francese, Sextius de Miollis, la storica dimora tornò nelle mani degli Aldobrandini che la tennero sino al primo Novecento, per poi essere di proprietà dello Stato italiano. Nel corso degli anni la Villa ha visto l’aggiunta di elementi, come il corpo neocinquecentesco negli anni Trenta a opera dell’architetto Marcello Piacentini, e la scalinata per il nuovo ingresso pubblico su via Mazzarino realizzato su progetto di Cesare Valle nel 1938. Nell’immagine un dipinto del veneto Jacopo Fabris della prima metà del 1700, il portone a sinistra tornerà, dopo gli interventi di restauro ad essere fruibile con uscita in prossimità della magica finestrella che affaccia su Largo Magnanapoli .

Tra le particolarità che animano la storia della villa figura il celebre dipinto noto come “Nozze Aldobrandini”, un lacerto di affresco proveniente da una ricca domus sull’Esquilino, poco oltre l’omonima porta, dove venne rinvenuto nel 1601. Acquista dal cardinale Pietro Aldobrandini, divenne uno dei pezzi più importanti della sua già famosa collezione dove però rimase per poco, fu infatti venduto per 10.000 scudi a papa Pio VII che lo collocò nella Sala di Sansone, presso i Musei Vaticani dove tuttora è esposto.

Il dipinto, spezzato alle estremità, costituisce parte del fregio della decorazione parietale di una ricca domus dell’Esquilino. Vi compaiono dieci personaggi, disposti paratatticamente in tre settori sulla stessa linea, la cui azione si sviluppa sia in interno, sia in esterno. Nel settore di sinistra ed in quello centrale due muri contigui uniti da una risega all’estrema sinistra indicano chiaramente che i personaggi rappresentati si trovano all’interno di due distinti ambienti; diversamente nel settore di destra la presenza del cielo come sfondo fino al terreno qualifica una scena che si svolge all’esterno della stessa abitazione, la cui soglia è delineata in basso al centro, in prospettiva, all’inizio del muro che fa da sfondo alla zona centrale.

Nella scena di sinistra una matrona romana con mantello bianco, capo velato e flabellum, un ventaglio cerimoniale, è forse intenta a testare la temperatura dell’acqua versata in un piccolo lavacro lustrale sostenuto da una colonnina, da cui pende un asciugamano ed in cui un’ancella sembra versare altra acqua; in secondo piano un ragazzo sostiene un oggetto allungato non ben definibile, forse uno sgabello. Ai piedi della colonnina è un oggetto realizzato con tavolette sovrapposte, probabilmente una cassetta.

. Nella scena centrale, delimitata dal pilastro angolare fra i due muri e dalla soglia della casa, una donna a gambe incrociate (Carine o, più probabilmente, Peito, dea della persuasione), con sandali, si appoggia ad una colonnina, mentre è intenta a versare essenze sopra una valva di conchiglia sostenuta con la mano sinistra; su di un letto ricoperto da un drappo siedono la sposa, capite velato e vestita con un mantello bianco e scarpe gialle, ed un’altra figura femminile, forse Venere, che abbraccia affettuosamente la prima e le avvicina la mano destra al volto con dolcezza. Ai piedi del letto un giovane seminudo, con mantello avvolto attorno alla vita e capo inghirlandato, giace sulla soglia di casa e osserva la scena di amorevole persuasione che si svolge alla sua destra, forse Imene, dio delle nozze. Nella scena all’estrema destra, all’aperto, tre giovani donne sostano attorno ad un brucia essenze sostenuto da un tripode.

Innumerevoli le interpretazioni: dalle nozze di Peleo e Teti, a quelle tra Alessandro Magno e Rossane, alla rappresentazione dell’ippolito di Euripide o all ‘Alcesti di Euripide. Al di là dell’interpretazione colpisce la bellezza dell’affresco e la perizia del pittore, l’intensità dei colori e lo studio nella composizione e disposizione delle figure che. riempiono la scena. Il tema delle “nozze” andava molto di moda nel 1660, complice Federico Zuccari, a cui piaceva tanto, motivo per cui il cardinale Aldobrandini non si lasciò sfuggire l’acquisto del prezioso manufatto. Attendiamo con ansia che la villa riparale sue porte per godere della sua “rinata” bellezza”.

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