Palazzo Nardini: da sede della Pretura a Casa delle Donne
Quante volte vi sarà capitato di percorrere via del Governo Vecchio, nel cuore del rione Parione, deliziosa e storica stradina che collega piazza Navona con il Banco di Santo Spirito e il Vaticano e notare, in corrispondenza del civico 39, un portone vecchio e maltenuto che, a dispetto del suo status attuale è custode di cospicua bellezza e di una storia lunga secoli. Il portone, alto e possente è incorniciato da un motivo a punta di diamante ripreso dalle formelle che decorano i due battenti, perdute nella parte sinistra e mal conservate nella metà destra, a lato del portone una bella targa recita; ” Pretura di Roma – Servizi Civili e Sezione Penale” mentre sulla facciata una preziosa targa con il volto del Salvatore ricorda la donazione del Cardinale Nardini all’Arciconfraternita Ospedaliera del Salvatore al Laterano che vi fondò il famoso Collegio Nardini. Lo stabile, abbandonato dal 2010 è finalmente in corso di ristrutturazione, prevista per il 2025 la sua rinascita.

Il Palazzo dà il nome alla via in cui si trova, Via del “Governo Vecchio” in quanto, a circa mezzo chilometro da Castel Sant’Angelo il cardinale Stefano Nardini fece erigere, su indicazione del Papa Sisto IV, una struttura per la carica che ricopriva: il Governatorato di Roma. Di paternità sconosciuta (il nome più noto a cui viene attribuita la costruzione è il Bramante; secondo altre fonti il progetto sarebbe di Meo del Caprina o di Giacomo da Pietrasanta) venne eretto tra il 1473 e il 1479. Ampiamente rimaneggiato a metà del Cinquecento, tra il XVI e il XVII secolo avrà tra le più svariate funzioni, prevalentemente quella di ospedale. Ritornerà ad essere sede principale del Governatorato di Roma con Urbano VIII nel 1627, e resterà tale per un altro secolo. Nel 1755, a seguito della decisione di trasferire tutte le attività di governo a Palazzo Madama, il Nardini verrà relegato a un ruolo secondario con conseguente decadimento di importanza e rappresentatività dell’immobile tanto da essere frazionato, con cessione in affitto di alcuni dei suoi locali.

Fu l’inizio del declino dell’edificio, che, scelto nel 1870 per ospitare la Pretura penale del Regno d’Italia, e della Repubblica poi, fu restaurato per l’occasione dall’architetto Francesco Vespignani.
Nel corso del Novecento, il palazzo sarà sede dell’Educatorio femminile Vittoria Colonna, e poi rifugio antiaereo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma nel 1957, quando Roma si dota di un nuovo complesso giudiziario a piazzale Clodio, Palazzo Nardini perde tutte le sue funzioni e viene definitivamente abbandonato, salvo prestarsi saltuariamente come set cinematografico negli anni della Dolce Vita (nel 1973 il cortile diventa la scuola di Titta nel film Amarcord di Federico Fellini mentre nel ’75 è la questura di Roma violenta). Un decennio più tardi, dal 1976 al 1984, si apre per il Palazzo l’ennesima gloriosa stagione: occupato dal Movimento per la Liberazione della Donna, sarà sede della Casa Internazionale delle Donne e primo centro antiviolenza d’Italia, fulcro del più importante esperimento femminista italiano, all’avanguardia anche sull’orizzonte internazionale. All’interno dell’edificio, slogan, graffiti e qualche resta manifesto di allora, è tutto ciò che rimane di quell’esperienza.

Scelto da innumerevoli pittori, quali Jan Miel che, intorno alla metà del’600, ne riprodusse il cortile, fu raccontato dalla penna di Paul Letarouilly nel suo Edifici della Roma moderna, dove di lui vien detto che fu “uno dei palazzi rinascimentali più belli e ricchi della città, che si distingue per il buon gusto e per la finezza degli apparati decorativi”.

Dal 1986, l’oblio e la decadenza. Nonostante numerose ipotesi di rifunzionalizzazione da parte delle istituzioni pubbliche, nei primi anni Duemila si rese necessario un intervento in somma urgenza per salvarne la struttura ormai pericolante: acquistato nel 2003 dalla Regione Lazio per 37.520.000 euro (secondo la Repubblica Cronaca di Roma, 13 aprile 2018) viene sottoposto a vincolo di tutela dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, e oggetto di parziali interventi conservativi, mai però concretizzatisi in una visione d’insieme che potesse restituire l’edificio al suo antico splendore e, soprattutto, permetterne la riapertura alla città. Nel 2015 quando, dopo 5 anni di totale abbandono da parte delle istituzioni – con il subentro della giunta Polverini nel 2010 tutti i lavori di restauro e l’investimento da 6 milioni di euro avviati nel 2008 dall’assessore Rodano della giunta Marrazzo erano stati sospesi – la Regione Lazio ha richiesto al MIBACT l’autorizzazione per consegnare la struttura a Invimit che avrebbe poi provveduto alla sua vendita a privati. Una volta rilasciato il nulla osta per l’alienazione, il fondo immobiliare ha messo il complesso sul mercato e nell’ottobre 2017 il Consiglio di Amministrazione ne ha deliberato l’aggiudicazione ad una società privata che intendeva realizzarvi un resort di lusso. Ma nell’aprile 2018 la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio di Roma – sollecitata dalle stesse associazioni che dal 2014 lanciarono appelli per il restauro al presidente della Regione Zingaretti e al Ministro ai beni culturali Franceschini – ha avviato un nuovo procedimento per la “dichiarazione di interesse dell’immobile in oggetto”, e a luglio 2018 la riformulazione del vincolo. Nel giugno 2019 il TAR ha annullato la vendita dell’immobile, riaffermando l’efficacia dei vincoli sul nucleo principale dell’edificio di via del Governo Vecchio. Il 10 giugno 2019 le associazioni si sono rivolte quindi ancora una volta al Presidente Zingaretti, chiedendo di favorire la nascita nello storico palazzo di un nuovo grande Polo culturale romano, ma non fu fatto nulla. Nel 2023 la decisione pubblica di “valorizzare” l’immobile cedendolo all’iniziativa privata, che ha determinato l’avvio di un ambizioso progetto di restauro conservativo, con l’idea di dare a Palazzo Nardini un futuro all’altezza del suo passato, nel rispetto del suo status originale.
Nel corso dei lavori di restauro, l’inaspettato ritrovamento di un affresco della fine del’400 di cui si sta occupando da oltre un anno il prof. Antonio Forcellino, noto per il restauro del Mosè di Michelangelo e delle Sibille di Raffaello, raffigurante il Banchetto di Baldassarre, episodio tratto dall’Antico Testamento, quando il re di Babilonia, durante l’assedio alla sua città, imbandisce una tavola opulenta, anziché provvedere alla sua difesa.

Racconta Forcellino: “Abbiamo rinvenuto l’affresco in uno degli ambienti più antichi del palazzo, che in origine doveva essere un atrio importante. È riemerso in modo inaspettato mentre sfogliavamo gli strati di intonaco. Non ce l’aspettavamo anche perché non ce n’è notizia in letteratura, ma grazie a un documento d’archivio abbiamo capito perché: nel 1541 un crollo interessò la parte est della sala, che doveva aprirsi su via di Parione, da cui evidentemente si accedeva in origine al palazzo, prima del suo ampliamento su via del Governo Vecchio. Quindi il loggiato fu chiuso, con la costruzione di maschi murari e un rifacimento dell’ambiente che obliterò l’affresco, eseguito in uno stile che nel frattempo non andava più di moda”. Questo spiegherebbe come mai il Vasari non lo menzionò, tanto più che tra il 1527 e il ’41 gli affreschi erano stati dimenticati, perché il palazzo fu vittima del Sacco dei Lanzichenecchi a cui seguì negli anni ’80 del Quattrocento, l’abbandono da parte del Nardini del nucleo più antico della sua abitazione privata.

La tecnica utilizzata, insieme alla scelta di un soggetto molto particolare, è tra le motivazioni che portano a definire il ritrovamento di questi affreschi un evento straordinario. La scelta del monocromo è legata alla cultura quattrocentesca che assegnava ai cardinali una manifestazione del proprio potere che doveva essere contenuta nei termini del rigore, della sobrietà e della spiritualità. A ciò si aggiunge che il monocromo è fatto di terre che sono poco costose, il prezzo di un affresco sale in relazione ai pigmenti di colore e alla loro preziosità, che qui non abbiamo. A Roma testimonianze di questa cultura della sobrietà cardinalizia non sono conservate, sobrietà che rasenta l’ipocrisia se consideriamo gli artisti di cui il Nardini si avvalse. E qui entra in gioco la paternità dell’affresco: la grande capacità di disegnare a mano libera, farebbero pensare a Melozzo da Forlì, attivo a Roma in quegli anni e già nel libro paga del Nardini e di Sisto IV, papa in quegli anni. La datazione? Pre 1477, la prima comparsa del soggetto risale alla Bibbia di Edoardo IV del 1470, il messaggio che l’iconografia racchiude è forte, è un memento contro l’empietà e il Nardini, ricevette da papa Paolo II il compito di organizzare una crociata contro i Turchi, che non si farà mai. I Turchi nel pensiero dello sconosciuto artista sono così assimilati ai Babilonesi che distruggono il Tempio. Un manifesto politico a vantaggio del Nardini, che interpretò il suo ruolo ecclesiastico da acuto politico, soprattutto durante il papato di Sisto IV.

L’affresco è davvero pregevole e il contesto e lo sfondo del suo ritrovamento lo sono ancora di più. Entro il 2025 le porte di Palazzo Nardini si riapriranno permettendo di ammirare quanto la storia ha così meticolosamente preservato per noi.
