Lunga è la via che porta al Giubileo
Seconda puntata della rubrica che racconta le sofferenze e le speranze dei Romani in attesa del prossimo Giubileo con il quale, si spera, tutti i cantieri della Capitale dovrebbero magicamente essere consegnati per spacchettare e restituire una città al top del suo splendore.

Quest’oggi finisce sotto i riflettori la fontana della Rotonda, quella, per intenderci, davanti al Pantheon. La fontana, minuta nelle sue dimensioni, fu realizzata da Giacomo della Porta sul finire del 1500, su apparato scultoreo di Alessandro Sormani. “Impacchettata” in primavera, dovrebbe essere prossima alla risoluzione. I restauri si sono resi necessari a seguito dei gravi danni subiti dallo scorrere dell’acqua e dal trascorrere del tempo. Il disegno rientra nei canoni classici dello scultore lombardo: una struttura poligonale (un quadrato, nello specifico), con i lati lobati, posta su una pedana della stessa forma, con tre gradini; l’acqua zampillava da un catino centrale e da quattro mascheroni ai lati. I mascheroni si ispiravano a quelli che lo stesso Della Porta stava realizzando, su disegno del grande Buonarroti, per il Palazzo dei Conservatori su piazza del Campidoglio, pensati, in origine, come ornamento alla fontana dei Calderari”, all’estremità settentrionale di Piazza Navona, a loro volta uguali a quelli posti ad ornamento della fontana del Moro sul lato meridionale della piazza. La vasca, di marmo africano, è sormontata da un mini obelisco in granito rosa di Assuan proveniente dal vicino Collegio Romano, dove, in antico, insisteva il tempio di Iside e Serapide, un sacello di età augustea preceduto da un portico ornato da numerosi obelischi simili a quello della fontana in questione. Gli obelischi risalgono all’epoca di Ramesse II, terzo faraone della XIX dinastia, che regnò nel pieno XIII sec. a.C., noto come Ramesse il Grande e ricordato come il più potente e celebrato sovrano dell’impero egizio. L’arrivo dei preziosi manufatti a Roma rientra nell’ottica della politica di Augusto, volta a celebrare, a seguito della vittoria su Marco Antonio e Cleopatra ad Azio nel 31 a.C., tutto ciò che è Egitto, soprattuto gli obelischi. Il nostro, nello specifico, venne ritrovato da Clemente XI presso la chiesa di San Macuto, a pochi passi da S. Ignazio, nel 1711.

Sulla sommità dell’obelisco venne posta una stella pluripuntata sormontata da una croce, il tutto in bronzo dorato; la doratura, che sembrava perduta, oggi è tornata a splendere e ha restituito l’originale policromia alla fontana (il rosa del granito di Assuan, il bianco del travertino e del marmo alla base e il grigio rosato della vasca). Il collocamento della fontana davanti al Pantheon si decise solo a lavori ultimati e fu papa Eugenio IV a prendere tale fortunata decisione.

Alla base dell’obelisco, lato destro della fontana, volgendo le spalle al Pantheon, lo stemma della famiglia Albani, per via di Clemente XI e del suo intervento di restauro agli inizi del XVIII secolo, composto da una stella a sette punte nella parte superiore del blasone e dal trimontium nella parte sottostante. In alto svettano le chiavi incrociate del paradiso celeste e terrestre, che definiscono il potere del pontefice, e la tiara papale, il copricapo del Sommo Padre.

Dall’altro lato l’iscrizione che ricorda il pontefice Albani che: “Nell’anno undecimo del suo pontificato, anno del Signore 1711, restaurò la fontana (fontis) ponendovi come ornamento l’obelisco” che oggi la corona. L’iscrizione risulta incassata nella base marmorea di marmo proconnessio che impreziosisce la fontana e che offre ancoraggio al minuto, ma non per questo leggero, pinnacolo egizio. Ai lati dei delfini, che, nella migliore delle tradizioni seicentesche e settecentesche, hanno un aspetto mostruoso, digrignano le fauci e mostrano piccoli denti aguzzi.
La piazza, già l tempo di Clemente XI, ospitava il mercato del pesce e degli ortaggi, offrendo un contorno poco edificante per l’elegante fontana, tanto che, nel 1804, al termine di un restauro voluto da Pio VII, si decise di trasferire il mercato a Piazza Navona, con un’ordinanza recante la data del 1836. Le bancarelle, furono definitivamente rimosse solo nel 1847.
