Settimia Maffei Marini, mosaicista romana

Figure di spicco femminili che hanno scritto la storia del XX secolo (XXIV episodio)

In questo caso l’autrice opererà una piccola eccezione, essendo la protagonista di questo episodio, nata a metà del 1700 e operativa per i primi due decenni dell’Ottocento, manca, quindi, quel XX secolo che tanto ci piace, ma per Settimia, questo ed altro.

Settimia Maffei nacque a Roma nel 1755 da una modesta famiglia, il papà, anch’esso mosaicista, mise anima e corpo nella trasmissione della sua “perizia” alla figlia, che studiò le discipline del disegno, praticandole con successo. Si specializzò nel mosaico, in piccoli smalti filati, lavorazione che noi oggi chiamiamo “micromosaico” e che affonda le sue origini in ambito ellenistico, la città di Pergamo ne fu la portabandiera. Ritenuto un prodotto di lusso, ancor prima di diventare un gioiello da indossare sotto forma di pendente, orecchini, anelli, era applicato all’opus tesselatum, ossia la realizzazione di pavimenti di ambienti di privilegiati, di persone oltremodo benestanti. L’infinità varietà di tematiche e di applicazioni, ne fece un elemento irrinunciabile delle ricche domus signorili. La sua applicazione al campo dell’oreficeria ne determinerà il successo soprattutto a partire dal tardo Quattrocento con picchi nel Cinquecento, Seicento e Ottocento. Settimia dovette affrontare pregiudizi e diffidenze perché l’arte del mosaico era un campo praticato unicamente dagli uomini. Seguendo la sua inclinazione naturale e credendo nella parità che viene dall’ingegno, ottenne il massimo dei riconoscimenti, con la nomina, giovanissima, a socia d’onore all’Accademia di San Luca.

Innumerevoli le committenze che ricevette per oggetti minuti che andarono ad arricchire le collezioni delle famiglie più importanti della Roma del tardo Settecento e del primo Ottocento; in particolare l’opera dell’artista si focalizzò su quadri rappresentati scorci della Valle dei Templi di Paestum e le vedute dell’Anfiteatro Flavio e del Foro Romano. Nella seconda parte della sua produzione scelse il soggetto animalesco, cani e gatti che litigano tra di loro, scene di caccia e paesaggi, tematiche che permettevano di giocare con le cromie e con la profondità.

La “mosaicista”, viste le mani minute, che le permettevano di lavorare con maggiore elasticità rispetto ad un uomo, predilesse la tecnica del Micromosaico che si avvaleva di tessere straordinariamente piccole che manovrava con l’indice e il pollice mediante l’utilizzo di una molletta prensile con la quale le inseriva, una dopo l’altra, al fine di realizzare i capolavori che la resero celebre. Le tessere venivano posizionate su di un letto di stucco morbido, preparato con polvere di marmo, olio di lino e calce. Così, accostate le une alle altre, costituivano un’unica trama chiamata a comporre il soggetto da realizzare, quasi fossero tocchi di pennello. Il disegno da seguire veniva predisposto, con un’accurata scelta dei tono di colore delle singole tesserine, e seguito dall’alto di un cavalletto dove veniva sistemato quasi fosse uno spartito musicale da eseguire e interpretare.

Era convinta che ogni tessera potesse esprimere una scelta capace di lasciare un segno unico e irripetibile, di cui solo il lavoro finito saprà esprimere il valore. Anche un mosaicista, a seguito di ciò, potrà esprimere un proprio stile, malgrado le rigide regole imposte dalla tecnica“. Così si esprime Maria Grazia Branchetti, esperta di mosaico, che di recente ha edito una monografia su questa poco nota artista.

Si sposò con Luigi Marini, nel 1804, un uomo di grande ingegno animato da idee illuministe, con cui condivise diciotto anni della sua vita e dal quale ebbe quattro figli. Luigi Marini, nato a Roma nel 1778, raggiunse fama, gloria e ricchezza nella pubblica amministrazione e nel campo degli studi sia sotto il governo pontificio che durante il periodo francese. Durante la prima parte del regno di Pio VII esercitò l’incarico di computista generale del Buon Governo; negli anni della Roma francese fu consigliere di prefettura, vice prefetto e direttore della biblioteca Casanatense; insediatosi nuovamente Pio VII, fu nominato direttore della Congregazione dei Catasti, poi denominata del Censo. Come studioso raggiunse meriti per l’edizione emendata e illustrata del trattato cinquecentesco di Architettura militare di Francesco de Marchi e del Trattato di Architettura di Vitruvio.

Con un marito di questo calibro non poteva che essere di spicco la sua carriera. A quarantaquattro anni è già un’artista affermata e si appresta a concludere la trasposizione musiva dell’Ultima Cena di Leonardo, un’impresa grande, difficile, resa ancora più tormentata dalla perdita del figlio Pietro , appena dodicenne. Dopo due mesi morì anche lei, secondo i medici per una malattia nervosa. Era il 1822.

Venne sepolta nel sepolcro destinato a lei e a suo marito nella chiesa di S. Maria in ara coeli, dove si riunirà alla moglie nel 1838. La paternità dell’opera è accertata da un documento del 1828 che lo cita tra le opere del Laboureur realizzate prima di quell’anno, Il monumento venne pensato per Settimia e non per il marito come sottolinea l’iscrizione funeraria. L’inquadramento architettonico del monumento risale ai lavori di ammodernamento della cappella commissionati dal cardinale Mancini e affidati, per quanto riguarda le pitture, gli stucchi e i marmi al Buonocuore; a lui vanno ascritte le finte prospettive, databili in un’epoca compresa tra la nomina cardinalizia (1660) e la morte (1672) del committente. La struttura faceva da cornice al cenotafio del cardinal Mancini, sostituito nell’Ottocento dal monumento Marini in questione. Il monumento è composto da un alto basamento marmoreo rettangolare sul quale poggiano a sinistra la statua di una donna piangente stante e a destra quella di un uomo in posa meditativa, seduto sul bordo di un secondo basamento rettangolare con iscrizione, che sostiene un sarcofago, con coperchio a spioventi completato da antefisse. Sul fronte il medaglione con il ritratto del defunto, mentre sul coperchio il ritratto di Settimia. Inserito in una nicchia poco profonda che si trasforma, per l’occasione, in un’architettura prospettica.

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