Sotto la foglia…

La nuova rubrica di Hedera Picta

Vorrei inaugurare quest’oggi una nuova rubrica che si unirà alle due già esistenti: “Sotto la foglia” (di edera, naturalmente), una rubrica di curiosità avente per oggetto monumenti o angoli poco noti della nostra ricchissima città, apparentemente nascosti sotto una foglia, ma pronti a raccontare la loro storia non appena verrà sollevata, anzi, a tal proposito, l’invito a segnalare tali particolarità è esteso a tutti i lettori. Se vi capita di vedere un bel sarcofago riutilizzato come fontana, un capitello o una colonna murati in un palazzo o una cappelletta abbandonata di cui volete sapere di più, fotografate e inviatelo ad Hedera Picta, farò il possibile per soddisfare la vostra curiosità.

Dettaglio dell’iscrizione

Inizierei con un frammento di iscrizione incisa su di una lastra di travertino e tagliata per ricavarne un gradino di accesso ad una cappelletta affacciantesi su via Aurelia antica, tra il Pontificio Collegio Pio Latino Americano e l’Opera Don Guanella, oggi intitolata alla Nostra Signora della Speranza, ma un tempo nota come Cappella de’ Tiradiavoli. Sull’iscrizione si legge: “In fro(nte) P(edes) XXII, in agr(o) P(edes) XX ”, ovvero, sulla fronte ventidue piedi mentre verso la campagna, potremmo dire in corrispondenza del retro, venti piedi. Il piede era l’unità di misura utilizzato dai Romani corrispondente a 29,6 cm per cui, arrotondando, ciò di cui parla l’iscrizione aveva una lunghezza sulla fronte di circa 6,5 m. e sul retro di poco meno di 6 m. A cosa potevano riferirsi tali misure? Con ogni probabilità si trattava di un cippo, per cui lo dovremmo immaginare in posizione verticale, collocato a ridosso del recinto delimitante un sepolcro, forse un piccolo mausoleo, che insisteva sulla consolare, ricca di necropoli sparse lungo il suo percorso come prevedeva la norma, essendo divieto assoluto seppellire dentro le mura. Non era raro nell’antichità indicare le misure della propria tomba, recinto compreso, per assicurarsi che tali misure restassero immutate, preservando integra la proprietà da eventuali abusi. Poteva intendersi anche come una minaccia rivolta agli eredi, da parte del fondatore del mausoleo, a non cedere alla tentazione di vendere parte della metratura operando riduzioni o frazionamenti interni. Possedere un lotto di terra a ridosso della consolare, in questo caso l’Aurelia antica, era roba da ricchi per via della visibilità che avrebbe offerto agli occhi dei viaggiatori, commercianti, uomini politici che la percorrevano ogni giorno per entrare in città. Cedere il terreno, anche se in difficoltà economiche, sarebbe stato una follia.

La cappella, probabile trasformazione del perduto mausoleo.

Riguardo il mausoleo, invece, che fine può aver fatto? Se alziamo lo sguardo vediamo come il gradino serva una piccola cappella in apparente stato di abbandono perfettamente rispondente alle misure del cippo. Niente di più facile che trasformare un piccolo mausoleo abbandonato in una cappelletta di campagna per i pastori o i viandanti che si recavano o tornavano dalla città: sarebbe stato un luogo sicuro di preghiera, di sosta e di relax. Nelle carte dell’Agro Romano compare già a partire dalla prima metà del 1600 con la generica dicitura “cappella”. In alcune carte dell’Archivio Pamphilj viene detta de’Tiradiavoli, nome con cui era detta la via Aurelia nel punto in cui passa sotto l’arco dell’acquedotto paolino ribattezzato in tal modo in onore della cognata di Innocenzo X Pamphilj, la chiacchieratissima Donna Olimpia Maidalchini. Villa Pamphilj, che nasce proprio negli anni del pontificato di Innocenzo X, 1644-1655, aveva un’estensione maggiore che si accrescerà ancora di più dopo il 1849, facile che la cappella rientrasse nelle maglie della pamphiliana villa o che fosse stata ribattezzata con quel nome proprio negli anni in cui nasce la residenza suburbana del pontefice. Al suo interno il’ 700 ha lasciato il segno del suo passaggio: su alcune pareti sopravvivono tracce di intonaco con riprodotte colonne dal fusto scanalato, un’iscrizione ricorda la dedica di un nuovo altare da parte di Pio VI il 13 novembre del 1776, un mattone della reale fabbrica di San Pietro ricorda il giubileo del 1975. Oggi il suo nome è Nostra Signora della Speranza e rientra nella proprietà del Pontificio Collegio Pio Latino Americano, che mi ha permesso di visitarla. Il Pontificio Collegio arriva qui negli anni’70 del 1900 e ne acquisisce il terreno conservandola e cambiandole nome; in una foto storica del 1904, dell’archivio Ponti Pasolini dall’Onda risultava essere all’interno di Vigna Vinzaghi.

Archivio Ponti Pasolini dall’Onda, Vigna Vinzaghi

Allora la zona fuori dalle mura era aperta campagna ed era caratterizzata da vigne e ville (Villa Pamphilj, villa Carpegna, il Casale di San Pio V, Villa Troiani) con ruderi e testimonianze di un passato ormai lontano come il nostro cippo e il non più mausoleo, ma spetta a noi essere attenti osservatori di ciò che ci circonda, cercando, laddove possibile, di non lasciare che la storia di questi luoghi si perda. Alla prossima con una nuova fogliolina da sollevare!

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