Sotto la foglia…

La Valle dei Casali

Molti furono i viaggiatori che avevano visitato Roma, spinti dal desiderio di conoscere la città dei Cesari e le sue monumentalità. E sicuramente in molti si trovarono d’accordo con Charles de Brosses che, nel 1739, scriveva: “Questa città, sebbene grande, non sembra affatto una capitale”[1]. L’amico di Goethe aveva ragione: Roma era rimasta una piccola realtà, concentrata nel suo centro storico e circondata da tanta campagna di proprietà della Chiesa. L’eversione dell’asse ecclesiastico che nel 1873 il Regno d’Italia estese anche a Roma segnò, di fatto, la fine di quella rete amministrativa e politica che si era ben strutturata nei secoli e che costituiva la sua stessa struttura sociale. Iniziò un processo di espansione della città che porterà, soprattutto nel secondo dopoguerra, alla quasi totale scomparsa della campagna romana fatta di casali a destinazione agricola e di corsi d’acqua naturali.

Ci sono però, e per fortuna, delle eccezioni, dei contesti incredibilmente scampati all’urbanizzazione, e oggi sottoposti a vincolo, che sembrano cartoline d’epoca uscite da un polveroso album di famiglia: tra queste eccezioni figura la Valle dei Casali, dove abita la sottoscritta della cui ricchezza vi  racconterà a più riprese vista la sua vastità.  

🤓Con “Valle dei Casali” si designa, oggi, una riserva naturale di rara bellezza ritagliata tra i quartieri Monteverde nuovo, Casaletto, Bravetta e Portuense. Istituita nel 1997, ha un’estensione di circa 469 ettari inquadrati da via del Casaletto, via Silvestri, via di Bravetta e via Portuense. La sua storia, avvincente al pari di un romanzo, e le sue evidenze architettoniche, le permettono di essere la prosecuzione ideale del sistema di ville storiche e di “casini dell’allegrezza”, quali Villa Doria Pamphilj, il Casaletto di San Pio V e Villa Carpegna, che caratterizzano le prima miglia della via Aurelia vetus. Questo sistema di ville barocche si collega con altre istituzioni private come Villa Abamelek e Villa Piccolomini e trova la sua degna conclusione proprio nella Valle dei Casali. La Riserva viene definita con L. R. n. 29 del 6 ottobre 1997, con la quale venivano dettate le norme generali e le procedure di individuazione e istituzione delle aree naturali protette, e con la quale è stato istituito l’ente regionale “Roma Natura”, gestore del sistema delle aree protette del Comune di Roma. A partire da questa data è iniziata la redazione di un Piano di Assetto il cui fine era di assicurare la tutela dell’area, prevedendo le azioni e gli interventi necessari al godimento delle sue risorse e dei suoi beni paesaggistici e ambientali. Approvato dal Consiglio direttivo dell’ente stesso nella seduta del 1˚luglio 2002, viene trasmesso nel settembre del 2004, prot. n. 5766, alla Direzione regionale ambiente e protezione civile e approvato dal Consiglio regionale l’11 marzo 2015. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma, in realtà, si tratta di una vittoria a metà, essendo, di fatto, una Riserva non attraversabile per mancanza di percorsi aperti al pubblico; i sentieri presenti attraversano per lo più proprietà private chiuse da cancelli e quindi non utilizzabili. La Riserva si divide in tre aree di paesaggio: l’Alto Bacino, corrispondente all’altopiano dei Colli Portuensi, da villa Doria Pamphilj a Casetta Mattei; il Medio Bacino, sua prosecuzione, da Casetta Mattei fino alla via Portuense e all’area dell’ex Vigna Consorti fino al Trullo; il Basso Bacino, coincidente con l’area di Montecucco, del bacino di papa Leone e delle colline dell’Imbrecciato.

Villa York da via Troiani, Archivio Ponti Pasolini Dall’Onda, Foto Fina n. 202, marzo 1913.

Alla ricchezza naturalistica della Riserva si aggiunge quella storica-archeologica rappresentata dalla pittoresca Villa York con la cappelletta di Sant’Agata. Le notizie più antiche si ritrovano nelle carte del monastero trasteverino di San Cosimato in Mica Aurea, dove, a partire dal 978, figura come “Casale di Marcello nella contrada che si dice di Bravetta”. Le forti spese sostenute dal monastero tra il 1639 e il 1643 rendono necessaria una liquidità ottenibile unicamente con la vendita di alcune delle proprietà del monastero, tra cui la tenuta del Casale di Marcello. Zenobio Baldinotti, acquista, nel 1647, il casale, deciso a trasformarlo in una villa degna del suo casato. Uomo ricco e intraprendente, aveva accumulato una discreta fortuna con la riscossione delle tasse e la gestione delle Dogane. I lavori consisteranno nel recupero del vecchio casino, nella ristrutturazione della cappella e nella sistemazione del giardino.

Dettaglio della Villa, Archivio Ponti Pasolini Dall’Onda, foto Fina n. 198, marzo 1913.

Il casino, costituito da un pian terreno e un primo piano, viene sopraelevato e munito di due torrette laterali collegate da scale proprie al corpo centrale del fabbricato che assume l’aspetto di un elegante palazzetto, che ancora oggi è la sua peculiarità.

Cappella di S. Agata, Archivio Ponti Pasolini Dall’Onda, Foto Fina n. 259, Marzo 1913.

La cappella, preesistente, intitolata a S. Agata, patrona della zona, viene rialzata e viene munita di una nuova copertura a capanna. Particolare cura e attenzione viene riservata alle finiture e alle decorazioni. Si racconta di una pala d’altare con inquadrature in stucco raffigurante la Madonna con il bambino, di cui si è persa ogni traccia. Intorno al palazzetto viene realizzato un giardino con fontana, muriccioli e pilastri, in asse con il viale principale. La spesa complessiva ammonta a scudi 1.536, ma il sogno del Baldinotti inizia a prendere forma e il palazzetto spicca per la sua impeccabile scenografia (che si ritiene opera di Carlo Rainaldi): posto sulla sommità di un crinale in vista della cupola di San Pietro e del casino nobile dei Pamphilj, domina la vallata circostante scandendola in una successione di giardini terrazzati disposti secondo un sistema assiale, meritandosi il nome di “Villa di Bella Veduta”. Suo figlio, Cesare, allargò la tenuta comprando il vicino Casale di Bravetta e affidando a Giovanni Antonio De Rossi una discesa scenografica verso la vallata attraverso un sistema di vasche e fontane in sostituzione al semplice giardino.

Pala d’altare con Madonna e Bambino già mancante della sua parte inferiore, oggi scomparso, Archivio Ponti Pasolini dall’Onda, foto Fina n. 261, Marzo 1913.

Nel 1696 la tenuta viene acquistata dalla marchesa Girolama Bichi Ruspoli per 33.000 scudi. Grazie alla sua cultura e sensibilità trasformò la “Villa di Bella Veduta” in uno dei più eleganti e moderni giardini di delizie della campagna romana grazie a Giovanni Battista Contini, architetto di fiducia dei Ruspoli. Il colore bianco, con cui vengono ridipinte le fontane, i muretti, le scale e i muri rivisitano, in chiave settecentesca, la tenuta di Bravetta che si arricchisce di nuovi cicli pittorici interni assieme alla cappella. Alla sua morte, nel 1704, la tenuta passa ai Marescotti e successivamente al principe Benedetto Giustiniani che, al fine di liberare da un’ipoteca due suoi fondi, la vende al cardinale Enrico Benedetto Duca di York, figlio del re Giacomo d’Inghilterra, non del tutto convinto dell’affare. La tenuta fuori porta San Pancrazio aveva probabilmente perso gran parte della sua armonia e doveva risultare ben misera rispetto alle sue residenze di Roma e di Frascati. Con la scomparsa del cardinale, sopraggiunta nel 1807, gli amministratori della sua eredità vendono a Giuseppe, Filippo e Domenico Silvestri e poi a Giovanni Troiani.

Nel 1934 la tenuta viene comprata da Imogene Forti Colonna e l’anno successivo da Ottaviano Kock e dal figlio Armando. Nel 1949 la Federconsorzi ne diviene proprietaria per conto della Democrazia Cristiana, quale investimento politico legato alla tradizione cattolica del mondo contadino romano. Il commissariamento, deciso dal ministro dell’agricoltura Giovanni Goria, negli anni di “tangentopoli”, segnò la progressiva dismissione dell’ente che lasciava un deficit di oltre 4mila miliardi di lire e tantissime proprietà prestigiose come Villa York. Commissariata, i suoi beni furono sottoposti a liquidazione giudiziaria. Alla fine degli anni’90, Villa York con i suoi 48 ettari passa alla SGR “Società Gestione per il Realizzo”, formata da importanti gruppi bancari italiani. I finanziamenti per Roma Capitale per il Grande Giubileo del 2000 portarono, sotto la giunta Rutelli, ad un suo parziale recupero, ma non fu sufficiente: i suoi cancelli non furono mai aperti. Oggi il degrado è tornato e il mancato controllo ha reso possibile il saccheggio della quasi totalità dei suoi elementi decorativi. Nel 2008, nel programma di finanziamenti di Roma Capitale figuravano tre milioni di euro, destinati all’esproprio e alla sistemazione della Villa e delle sue adiacenze, definanziati, però, nel 2009, durante la Giunta Alemanno, nonostante l’approvazione del Consiglio Comunale. L’epilogo nel 2016, quando viene messa in vendita per 9 milioni di euro; il diritto di prelazione spettava al Comune di Roma che non ha presentato offerta. L’affare è stato concluso nel 2017 per 6 milioni di euro a favore di un gruppo taiwanese la LDC già proprietario dell’albergo di via del Forte Bravetta, struttura ricettivo alberghiera finanziata con i fondi pubblici per il Giubileo. LDC sta per Luxury, Dream and Culture e lo scopo è di trasformare la meravigliosa Villa York con i suoi 48 ettari di verde e casali rustici in un centro matrimoni.


[1] Charles de Brosses, Lettres familières sur l’Italie (1739-40), trad. It. di B. Schacherl.

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